Il nostro sito è tra i vincitori del “Premio nazionale per il giornalismo musicale sul web 2022”, ideato e curato da Luca D’Ambrosio con la collaborazione del patron di Giordano Sangiorgi del MEI.
«Sono trascorsi dieci anni dalla prima edizione della Targa Mei Musicletter, ovvero il premio nazionale per il giornalismo musicale sul web, ma l’auspicio è sempre lo stesso: tentare di scegliere le migliori realtà online che si occupano di critica e informazione musicale – spiega Luca D’Ambrosio – Un modo per cercare di offrire al grande pubblico della rete un’alternativa a ciò che ogni giorno viene proposto in maniera omologata dai grandi canali di comunicazione. Un premio, insomma, rivolto a siti collettivi e blog personali che, nonostante tutto, continuano a trattare con passione e professionalità di dischi e artisti che molto spesso non trovano spazio nei mass media. Sempre che oggigiorno parlare di critica musicale abbia ancora un senso».
«Oggi il giornalismo musicale, – dichiara Giordano Sangiorgi – per il ruolo di critica e stimolo che dovrebbe avere, deve trovarsi un nuovo spazio, in modo da tornare centrale nel dibattito culturale e musicale. Un premio del giornalismo musicale deve servire a segnalare chi ha mantenuto alta l’asticella della scrittura coniugandola con una facile accessibilità e un’attenzione alta, contrastando così con forza la riduzione della comunicazione sulla musica a mero marketing commerciale».
La premiazione della Targa Mei Musicletter 2022 si terrà l’1 ottobre, dalle ore 16.00, presso la Sala del Podestà del Comune di Faenza, nel corso del Forum del giornalismo musicale diretto da Enrico Deregibus.
La storia di¡A las barricadas!, il canto più celebre della guerra civile Spagnola, inizia circa quattro anni prima del suo scoppio; ed inizia con la visita in Spagna, nel 1932, di un giovane anarcosindacalista tedesco, Alfred Schulte. Alfred Schulte ha ventiquattro anni ed è un operaio metalmeccanico disoccupato; è membro della SAJD, la Syndikalistisch-Anarchistische Jugend Deutschlands (“Gioventù Anarcosindacalista di Germania”), sezione di Wuppertal. In Spagna, Alfred Schulte è ospite a Madrid di Valeriano Orobón Fernández, giovane teorico dell’anarcosindacalismo (nel 1932 ha 31 anni, essendo nato nel 1901 a Cistérniga, presso Valladolid); all’epoca era il capo della sezione culturale e giornalistica della CNT-IAA. Il fatto che Alfred Schulte sia ospite proprio da Valeriano Orobón Fernández non è un caso: la moglie di quest’ultimo, Hildegart Taege, detta Hilde, è tedesca di origine. Era una disegnatrice di modelli e studentessa alla FAUD, la facoltà di architettura, urbanismo e disegno; aveva sposato Valeriano Orobón nel 1927. Ma anche Valeriano Orobón parlava correntemente il tedesco: ad esempio, aveva tradotto in spagnolo la ponderosa biografia dell’anarchico tedesco Max Nettlau scritta da Rudolf Rocker.
La storia vuole che, una mattina durante la sua visita spagnola a casa degli Orobón, Alfred Schulte abbia deciso di farsi un bagno in vasca. Una volta riempitala e entrato dentro col sapone per lavarsi, Alfred Schulte fece come molti fanno in vasca o sotto la doccia: si mise a cantare. Data la situazione, però, non si mise certamente a intonare l’ultima canzonetta di successo: cantava una versione della Warschawjanka, il canto rivoluzionario di origine polacco-russa che, in Germania, si cantava nella sua versione completa già dagli anni della rivolta Spartachista del 1919. Sentitolo cantare dalla stanza accanto, Valeriano Orobón, che cercava già da tempo quel canto, pare si sia letteralmente precipitato in bagno, dove Alfred Schulte se ne stava a cantare nudo in vasca, per chiedergli di asciugarsi alla svelta e di scrivergliene immediatamente il testo. Così accadde; il giorno stesso, Valeriano Orobón, aiutato dalla moglie Hilde, lo tradusse in spagnolo. Era nata la Marcha Triunfal (questo il titolo originale dato da Orobón). L’arrangiamento musicale per coro misto fu affidato al musicista catalano Ángel Miret.
La pubblicazione della Marcha Triunfal avvenne nel novembre del 1933 nel settimanale Tierra y Libertad, “semanario anarquista” e organo della CNT-FAI. Recava, in piccolo, un sottotitolo: ¡A las barricadas!; un piccolo sottotitolo che, ben presto, cancellerà del tutto il titolo ufficiale. La CNT-IAA dichiara quasi subito ¡A las barricadas! suo inno ufficiale; non molto tempo dopo, nel luglio del ’36, le barricate saranno erette davvero a Barcellona e in altre città spagnole, dopo il pronunciamiento di Francisco Franco e degli altri generali. Inizia la guerra civile, e ¡A las barricadas! diviene uno dei suoi canti più famosi, diffondendosi internazionalmente fino ai nostri giorni.
Valeriano Orobón Fernández fu arrestato l’8 marzo 1934 su ordine del governo Lerroux; non molto prima della rivolta Asturiana che sarebbe iniziata il 5 ottobre dello stesso anno, e che il 18 ottobre sarebbe stata definitivamente schiacciata nel sangue da Francisco Franco, stava lavorando all’unità sindacale tra CNT e UGT, e questo fu esattamente il motivo del suo incarceramento (secondo la precisa testimonianza dell’allora Ministro degli Interni, che recava il sinistro nome di Salazar). Fu rilasciato il 31 marzo 1934 ma, pochi giorni dopo, fu nuovamente arrestato e, stavolta, rimase rinchiuso nella Cárcel Modelo di Barcellona fino al marzo del 1935. Nella Cárcel Modelo, Valeriano Orobón si ammalò di tubercolosi. Liberato, fu ospitato assieme alla moglie nella casa madrilena di Mercedes Comaposada Guillén, una delle fondatrici del movimento femminista libertario Mujeres Libres. Colpito da un terribile attacco della malattia, Valeriano Orobón morì il 28 giugno 1936, nemmeno un mese prima dello scoppio della guerra civile.
All’inizio della guerra, i militanti anarcosindacalisti madrileni crearono il Batallón Orobón Fernández, di cui fece parte anche Cipriano Mera; il battaglione combatté per la difesa di Madrid, a Cuenca e a Teruel. La FAI intendeva pubblicare una biografia completa di Orobón Fernández, ed anche le sue opere complete; ma l’intero archivio (traduzioni, scritti, saggi economici e politici) cadde in mano fascista nell’autunno del 1936, e fu completamente distrutto. Non ne rimane niente; cosicché, praticamente l’unica cosa che sopravvive di Valeriano Orobón Fernández è proprio ¡A las barricadas!. Nel 1968, in Spagna, esisteva un gruppo clandestino anarchico chiamato “Orobón Fernández”.
Sulla moglie, Hildergart Taege, che aveva conosciuto, giovanissima, a Berlino, non si sanno molte cose. Nel 1936, l’anno della morte del marito, lavorava come interprete nel Dipartimento Censura del Ministero della Guerra repubblicano. In seguito lavorò come interprete tra il Consejo de Defensa e i volontari tedeschi della batteria “Dimitroff” delle Brigate Internazionali.
Non si sa assolutamente niente di che cosa ne sia stato di Alfred Schulte, il giovane anarcosindacalista di Wuppertal che, una mattina del 1932, si era fatto un bagno in vasca a casa di Valeriano e Hilde, a Madrid, cantando a squarciagola la Warschawjanka mentre si insaponava e si rinfrescava.
Fonti consultate:
– Klan, Ulrich / Nelles, Dieter: “‘Es lebt noch eine Flamme’.
Grafenau-Döffingen, Trotzdem-Verlag 1990, S. 256
Le lettere che mio fratello mi mandava dal Vietnam mi colpirono profondamente, così come la situazione sociale che vedevo davanti ai miei occhi, nel mio paese. Ho capito che per scrivere canzoni capaci di raggiungere l’anima della gente era necessario che mi gettassi alle alle spalle ogni fantasia
Troppe madri che piangono. Troppi fratelli che muoiono. Che sta succedendo? e soprattutto perché ?
Cinquant’anni fa, il 21 maggio 1971, Marvin Gaye pubblicava il suo album capolavoro, What’s Going On, oggi considerato una pietra miliare della musica soul.
All’epoca l’album fu guardato con sospetto. Gaye, autore di grandissimi successi commerciali fece ascoltare in anteprima la title track a Berry Gordy fondatore e padre padrone dell’etichetta Motown. Gordy è per Marvin il datore di lavoro ma anche uno di famiglia, infatti all’epoca Gaye è ancora sposato con Anna Gordy, sorella di Berry. Ma il discografico non è assolutamente colpito dalla canzone. L’etichetta aveva delle regole severissime per accettare una canzone da pubblicare, e il nuovo sound con venature jazz si discostava dal sound tipico della Motown, che era una vera e propria fabbrica di successi commerciali anche se di qualità.
Gordy si sbagliava perché la canzone e tutto l’album ebbero un successo enorme. L’album poteva essere ascoltato ininterrottamente come una lunga suite di canzoni che ne facevano un concept della canzone politica che toccava tutti i temi principali delle proteste di quegli anni.
Prima di tutto guerra in Vietnam (nella title track e nella successiva What’s Happening Brother – basata sui racconti del fratello minore Frankie, reduce da quella sporca guerra) ma anche la dipendenza dall’eroina che distruggeva tante giovani vite (Flyin’ High). Seguiva poi un appello a salvare i bambini dal mondo della catastrofe nucleare “in cui non ci saranno canti, in cui i fiori non cresceranno, in cui le campane non suoneranno” (Save The Children) ed una canzone sull’amore che si può trovare nella spiritualità ma anche sul difficile rapporto con il padre, pastore del movimento pentecostale (God Is Love), che porterà al tragico epilogo anni dopo: nel 1984 Marvin Gay Sr. uccise il figlio mentre quest’ultimo tentava di difendere la madre durante una lite per futili motivi.
Mercy Mercy Me (the Ecology) è un altro capolavoro, forse la primissima canzone ecologista in un periodo in cui anche il termine stesso ecologia non era diffuso come oggi. Right On dalle sonorità latine è musicalmente elaboratissima ed è un vero e proprio inno alla pace e all’amore universali. Anche Wholy Holy riprende la spiritualità di God is Love, ma una spiritualità molto carnale scritta dall’uomo che dieci anni dopo compose Sexual Healing…
Il capolavoro arriva con l’ultima traccia Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) la voglia di gridare di tutti i giovani del ghetto, schiacciati in una vita di difficoltà economica e spediti a morire in un paese lontano da uno stato che riesce a mandare l’uomo sulla luna ma non a dare una vita dignitosa ai propri cittadini.
Inflazione, nessuna possibilità
di aumentare il reddito
la pila dei conti è arrivata al cielo
Spedite quel ragazzo lontano a morire
mi viene voglia di gridare
per il modo in cui manovrano la mia vita
E gli stessi problemi sono ancora qui cinquant’anni dopo:
Crimine in aumento
forze dell’ordine col grilletto facile
panico dilagante
Dio solo sa dove finiremo
Siamo finiti, cinquant’anni dopo, in un mondo in cui la catastrofe ambientale è dietro l’angolo, un mondo in preda a una pandemia causata in ultima analisi da azioni umane come lo sfruttamento della terra, l’estrazione di risorse naturali, l’industria della carne, i moderni sistemi di trasporto, l’utilizzo di antibiotici, ed il commercio globale. Siamo finiti a dover urlare “Black Lives Matter” in un paese in cui la vita della comunità nera è segnata ancora dal razzismo e dagli abusi polizieschi. Non c’è più la guerra in Vietnam ma i conflitti armati insanguinano ancora il mondo e le parole del ritornello di What’s Going On, riprese anche nella chiusura dell’album restano ancora attuali.
Mother, mother
There’s too many of you crying
Brother, brother, brother
There’s far too many of you dying
You know we’ve got to find a way
To bring some lovin’ here today
Dal 20 marzo scorso, vale a dire dal 20 marzo 2021, “Canzoni Contro la Guerra” / “Antiwar Songs” / “Chansons Contre la Guerre” può votare, prendere la patente di guida, andare nelle prigioni ordinarie, contrarre matrimonio, stipulare liberamente contratti e effettuare testamento: è diventato maggiorenne. Ha diciott’anni, insomma. Come recita la famosa dicitura sulla homepage: “Canzoni Contro la Guerra” è online dalla sera del 20 marzo 2003, giorno in cui sono cominciati i bombardamenti statunitensi sull’Iraq”. Insomma, se non è proprio un “Millennial”, poco ci manca; senza tenere conto, naturalmente, che diciott’anni, per un sito Internet, sono pressoché un’eternità. Non sappiamo quanti altri siti al mondo possano dichiarare una simile longevità continua: non siamo mai andati offline, non c’è stata nessuna interruzione se non qualche breve “pausa tecnica” dovuta a accidenti del server.
In questi diciott’anni abbiamo inserito, commentato e tradotto quasi trentaquattromila canzoni, brani musicali, parole in musica, musica senza parole, colonne sonore di film, opere liriche, brani antichissimi e brani scritti due ore fa, poesie, opere serissime e tristissime, canzoni da scompisciarsi dal ridere, parodie e non so nemmeno io cos’altro. La “guerra” si è dilatata a tutte le guerre e alle lotte possibili e immaginabili dell’uomo contro l’uomo, gli animali e l’ambiente; ci sono pagine che hanno fatto il giro del mondo, altre che hanno fatto il giro d’Italia o di Francia e altre che non hanno fatto nemmeno il giro di casa propria. Essendo chi scrive allergico ai “bilanci”, che gli fanno venire delle brutte reazioni simili all’orticaria, è bene fermarsi qui. Non senza, però, far notare che, nei suoi diciott’anni di vita, le “CCG”, o “AWS”, hanno fatto volentieri a meno -e continueranno a farlo- di due cose: qualsiasi forma di pubblicità al suo interno, ma proprio nemmeno un bannerino che sia uno, e i “social media” di merda. Apparteniamo alla preistoria, d’accordo, e resteremo fieramente preistorici. Padroni di niente e servi di nessuno.
In questi diciott’anni abbiamo raccolto: lodi sperticate, critiche feroci, dichiarazioni d’amore, insulti, sarcasmi, discussioni interessanti, discussioni deliranti, citazioni in libri, minacce di violazione del copyright, spam a tonnellate, interventi di autori e artisti, qualsiasi cosa. C’è stato persino il pazzo furioso che aveva preso il Guestbook per il suo diario personale (“Cari amici del Guestbook”…). Secondo qualcuno, il sito è “brutto esteticamente” (saranno molto bellini quelli dello Stormfront o di Forza Nuova, chissà). Un amministratore si è fidanzato con una amministratrice. Amministratori e collaboratori che sono andati, venuti, tornati, di nuovo andati e di nuovo, si spera, ritorneranno. Altri collaboratori ci hanno lasciati per sempre. Una babele di lingue e dialetti contenente persino l’unico tentativo al mondo di restituzione di un testo in cinese antico. Canzoni contro la guerra, contro il lavoro (il suo parente più prossimo), contro ogni cosa e a favore di ogni altra cosa. Ci sono gli “Extra” e c’è il “Bollino Bleah”. Abbiamo fatto conoscere sconosciuti infilando anche canzoni scritte dal ragazzino greco di dodici anni. Non ci abbiamo mai guadagnato mezzo soldo bucato, da tutto questo: siamo fatti così. Eppure sembra che abbiamo, secondo siti specializzati nel monetizzare, un valore economico di circa 190.000 dollari: teneteveli pure, anzi cacciateveli nel culo.
Fondamentalmente, “Canzoni Contro la Guerra” è un sito di memoria e di Storia raccontata attraverso canzoni e musica: in modo sicuramente discontinuo e con migliaia di precisazioni, correzioni e integrazioni nelle sue migliaia di pagine, è quel che abbiamo sempre cercato di fare e che seguiteremo a fare fin quando si potrà. Un giorno, qualcuno -per legge di natura- se ne andrà nel Vastissimo Nulla, sperando che prima non si sia rincoglionito. Se tutto questo vi è anche solo un poco garbato, cerchiamo ragazzotti e ragazzotte che conoscano minimo una quindicina di lingue e che abbiano voglia di impegnarsi a fondo, per i prossimi diciott’anni, in un’opera difficile, faticosa, che non dà nessuna fama né gloria e che non rende nemmeno un euro. Grazie e a presto. Per ora si va avanti, in tasca anche al Covid.
Non c’è, in fondo, molto da aggiungere a quel che è stato già detto. E non è una cosa che riguarda solo lo stato spagnolo, i re e le corone. Riguarda il fondamento stesso di ogni stato: se lo attacchi nei suoi cardini e nelle sue figure “istituzionali”, persino con delle canzoni, quantomeno rischi la galera. Oppure ci vai, come è successo in questi giorni a Pablo Hasél, con tanto di assalto poliziesco all’Università di Lleida, dove si era barricato.
Nel bel mezzo della “pandemia”, quando ci hanno mess* più o meno tutt* agli arresti domiciliari e con addosso una museruola che non è costituita soltanto dalla mascherina, si viene a sapere che esistono canzoni, e persone che le cantano, di cui gli stati hanno una gran paura. Talmente tanta, da mettere in atto il loro apparato repressivo in grande spolvero. Il rap contro il mitra. Il rap non disinnescato, non addomesticato, non piegato. Ma non si creda che, altrove, sarebbe diverso. Non siamo nati per marciare soltanto sulla testa dei re, ma anche su quella dei presidenti o chi per loro. Pablo Hasél ce lo ricorda dalla galera in cui lo hanno rinchiuso. A noialtri, chiusi a nostra volta nelle nostre galere domestiche, piccole o grandi, e sempre che ce le abbiamo; a noialtri, rinchiusi tra terrori e noia nella “famiglia” o nella solitudine, separati a forza da chi amiamo davvero; a noialtri, tutto questo Pablo Hasél ci manda a dire. Senza futili eroismi, senza simbologie buone per le chiacchiere planetarie in Rete, ma senza mezzi termini e in modo non fraintendibile.
Che vengano rap, sinfonie, canzonette, suites, berci, ciaccone e liriche contro lo stato e chi lo rappresenta, che abbia o meno una corona in testa e un numero romano dietro al nome. Sono i vaccini, quelli veri. Vaccinarsi tutti contro gli stati, i governi e le polizie. Un’iniezione di pablohaselina. Un’iniezione di libertà, fisica e mentale.
Per uno di quei curiosi capricci del destino, o Anecdotes of Destiny -come avrebbe detto la baronessa Von Blixen Finecke-, la traduzione integrale in italiano delle non poche canzoni (cinquantanove, più quattro « Extra ») di Gaston Couté si è svolta interamente nel primo mese della Pandemia del Coronavirus. Lockdown. Tutti agli arresti domiciliari. File contingentate ai supermercati. Il metro di distanza. Le mascherine. Il bollettino di Borrelli delle ore 18. L’immunità di gregge. Occorre forse andare oltre ? Scriviamo il primo di aprile di questo anno del « doppio 20 », e non si vede la fine di questo incubo che è diventato già Storia, e che ci farà dire, a tutte e tutti : « Io c’ero ».
In questo sito, la Storia è, ovviamente, di casa. Rinchiusa anch’essa in casa, verrebbe quasi da dire attualmente. Vada come vada, con tutte le analisi e previsioni che si accavallano quotidianamente a ritmo incessante, è chiaro che niente potrà essere come prima. Tra le metafore più comuni utilizzate in questo frangente, c’è naturalmente quella della « guerra » : senza stare a ragionarci troppo sopra, e tenendo certamente presente l’estrema ed oppressiva militarizzazione delle vite e delle coscienze di tutti noi, è piuttosto lampante che, in un luogo dove la Storia viene fatta attraverso lo specchio di canzoni e musica « contro la guerra », tutti questi avvenimenti nei quali ci siamo ritrovati dentro hanno un’importanza decisiva, e delle ripercussioni enormi. Nessun avvenimento di tale portata avviene senza le sue canzoni. La canzone è compagna della Storia.
È andata così che le traduzione delle canzoni di Gaston Couté è andata di pari passo con la Pandemia. Al tempo stesso, nel sito, cominciava un « Canzoniere del Coronavirus », vale a dire un’apposita sezione che si occupa di raccogliere canzoni di ogni genere dedicate a questo che si è configurato come un autentico spartiacque storico. Negli stessi giorni in cui, dopo il suo insorgere in Cina, il Coronavirus arrivava proprio in Italia trasformandola in un lazzeretto di appestati rinchiusi in casa e distanziati, da una piccola discussione tra amministratori e utenti di questo sito nasceva l’iniziativa di tradurre integralmente tutte le canzoni di Gaston Couté presenti nel sito. Di poche esisteva già una traduzione : del poeta anarchico contadino francese si parlava però da anni e anni. La bellezza, la lungimiranza, l’afflato di vita e di rivolta e la devastante ironia delle sue canzoni erano note, seppure a non molti al di fuori della Francia. Ma nessuno si era mai deciso ad affrontarlo in simili dimensioni ; certo, tra i principali « scogli » c’era senz’altro l’ostico dialetto, il Beauceron, in cui molte delle sue canzoni sono composte. Il linguaggio di un’area rurale che, in generale, risulta assai ostico anche agli stessi francofoni. Il 1° aprile 2020 tale fatica è stata completata, con un lavoro corale da parte di alcuni amministratori e utenti del sito, tutti quanti rigorosamente prigionieri in casa.
Ha seguito, Gaston Couté, dal suo angolo di campagna e di Storia, dal suo vino, dalle sue rivolte antimilitariste e libertarie, dalla sua espressione della Vita e dell’Amore e dal suo viscerale anticlericalismo, tutta l’evoluzione di questa disgraziata fine d’inverno e di questo altrettanto disgraziato inizio di primavera. Dall’iniziale scetticismo, da « è solo un’influenza », dalle satire e dalle parodie divertenti, dallo sdrammatizzamento esorcistico alle prese di coscienza, alla Resistenza, alla Denuncia, al Fatalismo, all’Attivismo e a tutti gli infiniti modi in cui gli esseri umani reagiscono singolarmente e collettivamente di fronte ad un pericolo così grave e dalle conseguenze ancora imprevedibili e incalcolabili. La Storia, come sempre, si occuperà di due cose : di dirimere la questione, e di essere dimenticata in un dato lasso di tempo. La Storia è sì « maestra di vita », ma è una maestra che, ad un certo punto, va in pensione.
Nel frattempo, poiché questa severissima maestra è ancora in pienissima attività e agita la sua bacchetta ammannendo brutti voti e zero in condotta senza appello, assieme alle canzoni sulla Pandemia ecco anche il Canzoniere di Gaston Couté. Ha più di cento anni. Gaston Couté morì, in giovane età, ancor prima che scoppiasse quella che va ancora nota come « Grande Guerra », e che -tra le altre cose- si portò dietro proprio una pandemia, la famosa « Spagnola ». Eppure, viene da dire che il Destino e i suoi Capricci hanno una loro logica ben precisa, una logica di cui non ci rendiamo magari conto al suo -perlopiù casuale- inizio ma che, procedendo, appare sempre più chiara perlomeno a chi non si contenta della crassa, ancorché umanissima, bisogna di riempirsi la pancia. Una bisogna che anche Gaston Couté, del resto, provava quotidianamente e con dolore, e che esprimeva in quel che scriveva. Con questo vorremmo terminare questa presentazione.
Le traduzioni sono quanto di più eterogeneo si possa immaginare. Nessuna di esse è « d’arte » in senso stretto : si trattava, principalmente, di far capire. Vi sono traduzioni in italiano corrente, nei dialetti nativi di uno dei traduttori, a volte con i due registri linguistici mischiati. Vi sono nottate intere di lavoro nel silenzio di un paese e di un mondo sotto assedio, ma non soltanto da un virus. E questo ce lo dice anche Gaston Couté. Scritto il primo di aprile di un’annata maledetta e straordinaria, calata la sera ; l’ultima canzone tradotta termina con una sorta di inno alla vita e all’amore, con la partecipazione straordinaria di Brigitte Bardot, di Silvia Dionisio e del Conte Mascetti.
Stamattina mi sono alzato,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
Stamattina mi sono alzato
E ho trovato l’invasor.
O partigiano portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
O partigiano portami via
Che mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E se io muoio da partigiano
Tu mi devi seppellir.
E seppellire lassù in montagna,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E seppellire lassù in montagna
Sotto l’ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E le genti che passeranno
Mi diranno o che bel fior.
È questo il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
È questo il fiore del partigiano
Morto per la libertà.
È questo il fiore del partigiano
Morto per la libertà.
[Ed era rossa la sua bandiera
come il sangue che versò.]
Questa è la versione del canto partigiano generalmente conosciuta, in una versione “mediamente accettabile”. Ma esistono innumerevoli versioni differenti a volte per una sola parola. La coda finale in corsivo è a volte cantata nelle versioni eseguite da comunisti, ma non è generalmente accettata per lo stesso carattere “neutrale” di Bella Ciao, senz’altro una delle chiavi della sua estrema popolarità. Carlo Pestelli chiama “Bella Ciao” una “canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore”.
A costo di essere ripetitivo, e lo sarò, “Bella Ciao” è diventato un canto leggendario, in ogni accezione di questo termine. Fatto salvo il densissimo libriccino di Carlo Pestelli, la cui lettura raccomando a chiunque si interessi alla inestricabile storia del canto, le leggende sono fiorite ovunque, e continuano a fiorire in un periodo storico in cui, da un lato, la sua forza simbolica non viene certo meno e, dall’altro, gli ultimi possibili testimoni storici stanno morendo per legge naturale. Questo sta trasformando “Bella Ciao” in un vero canto popolare le cui origini non potranno mai essere chiarite, a meno di una qualche improbabile “clamorosa scoperta” che dirima la questione.
Tra le varie “testimonianze”, ce n’è qualcuna che è stata smentita dai fatti. Ad esempio, quella che voleva “Bella Ciao” adottata da varie brigate partigiane e addirittura l’inno della Brigata Partigiana Maiella. Ma nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore Troilo, il fondatore della Brigata, non si fa alcun accenno a “Bella Ciao” nonostante il libro contenga parecchie canzoni cantate dai componenti della Brigata. L’inno della Brigata Maiella, quello vero, si chiamava Inno della Lince ed era stato composto da Donato Ricchiuti, partigiano della “Maiella” caduto in combattimento il 1° aprile 1944.
Nessuna traccia di “Bella Ciao” si trova in Canta Partigiano, edito dalla Panfilo nel 1945; lo stesso vale per la rivista Folklore, che nel 1946 dedicò ben due numeri ai canti partigiani, curati da Giulio Mele. Il celebre Canzoniere Italiano curato da Pier Paolo Pasolini ha una sezione intera dedicata ai canti partigiani, ma di “Bella Ciao” non si ha notizia. E così via, per quanto riguarda il primo dopoguerra in cui, per forza di cose, i canti partigiani godevano di vasta conoscenza. Come già specificato a più riprese in questa pagina, le testimonianze sull’esecuzione di “Bella Ciao” da parte di un gruppo di studenti italiani nel 1948 a Praga, sono vaghe e, quel che più conta, contraddittorie. In effetti, il primo “Festival Mondiale della Gioventù” si svolse a Praga nell’estate del 1948; sarebbe stato in questa occasione che il canto fu eseguito pubblicamente, “riscuotendo enorme successo”. Ma non se ne ha nessuna registrazione, e nessuno dei famosi “studenti italiani” è stato mai reperito. Tale “Festival della Gioventù” è poi, come dire, un po’ “itinerante”. Secondo alcuni testimoni, si sarebbe trattato di un “Festival di canzoni popolari”. Secondo altri, sarebbe stato nel 1947, e non a Praga, ma a Berlino Est (il “Festival Mondiale della Gioventù” si svolse effettivamente a Praga per la prima volta, l’anno successivo). Altri testimoni invece spostano il Festival a Berlino Est, ma nel 1949 (la seconda edizione si svolse invece, in quell’anno, a Budapest). Insomma, anche la questione del Festival non è per nulla chiara e, aggiungo, non lo sarà mai.
Qualche fatto certo ed appurato, però, c’è. La prima pubblicazione a stampa di “Bella Ciao”, ad esempio: risale al 1953, sulla rivista “La Lapa” a cura di Alberto Mario Cirese (1921-2011), importante antropologo e etnomusicologo avezzanese, esponente del PSI e, per un brevissimo periodo nel maggio 1958, presidente della Provincia di Rieti. Due anni dopo, nel 1955, “Bella Ciao” viene inserita per la prima volta in una raccolta, Canzoni partigiane e democratiche, a cura della Commissione Giovanile del Partito Socialista Italiano. Il 25 aprile 1957, L’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci e organo del Partito Comunista Italiano, pubblica in occasione della Festa della Liberazione una breve raccolta di canti partigiani, e “Bella Ciao” vi è inserita; nello stesso anno, la si ritrova anche nei Canti della Libertà, supplemento al volumetto Patria Indifferente, distribuito ai partecipanti al 1° Raduno Nazionale dei Partigiani a Roma.
Arriviamo al 1960, l’anno di Tambroni, dei moti genovesi del 30 giugno, della Nuova Resistenza, dei morti di Reggio Emilia: la “Collana del Gallo Grande” delle Edizioni dell’Avanti (il quotidiano del PSI), pubblica una vasta antologia di canti partigiani, e vi si trova (a pagina 148) O bella ciao [sic], citando la già citata antologia socialista del 1955 (e si noti che, nella progressiva diffusione del canto, il PSI giochi un ruolo più importante di quello del PCI, che aveva già il suo Fischia il vento, canto molto più fortemente connotato politicamente). Qui il PSI si scatena, e dà realmente inizio alla fase leggendaria: intanto, la melodia viene presentata come “derivata da una celebre aria della Grande Guerra”, talmente celebre da non farvi neppure un accenno. Si afferma inoltre quanto segue: “Durante la Resistenza raggiunse, in poco tempo, grande diffusione”. Come si può vedere, tutta una serie di ciò che adesso si chiamerebbero bufale.
La cosa sembra diventare una specie di questione tra il PCI e il PSI: i Canti Politici, pubblicati nel 1962 dagli Editori Riuniti (la casa editrice del PCI), contengono ben sessantadue cant partigiani, ma di “Bella Ciao” non v’è traccia alcuna. Però, come in tutta la storia palese e nascosta di questo canto, ci sono numerosi “accidenti” che costringono a fare costantemente marcia indietro. Come detto, la prima pubblicazione a stampa di “Bella Ciao” risale al 1953; ma, nel medesimo anno, il giornalista Riccardo Longone pubblica sull’Unità (il 29 aprile 1953, per la precisione) un articolo in cui si afferma che “Bella Ciao” è già conosciuta in Cina e in Corea. Il canto doveva quindi essere già non solo conosciuto, ma addirittura cantato in posti lontanissimi (rimettendo del tutto in gioco, quindi, la questione del Festival). Non se ne cavano le gambe.
Nel 1963, “Bella Ciao” viene incisa, in italiano, dal sig. Ivo Livi, da Monsummano Terme (Pistoia), più noto come Yves Montand (”Una mattina mi son svelliato”…):
L’anno della definitiva “consacrazione” di Bella Ciao è il 1964. Lo spettacolo presentato dal Nuovo Canzoniere Italiano al Festival dei Due Mondi di Spoleto, dedicato al canto sociale italiano, si chiama giustappunto, Bella Ciao. Un programma di canzoni popolari italiane; era stato organizzato da Filippo Crivelli, Franco Fortini e Roberto Leydi, su invito di Nanni Ricordi. Il Nuovo Canzoniere Italiano contava in quell’occasione su Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Maria Teresa Bulciolu, Caterina Bueno, Silvia Malagugini, Cati Mattea, Michele L. Straniero e il Gruppo di Piadena, accompagnati alla chitarra da Gaspare De Lama. Lo spettacolo diviene il caposaldo del folk revival italiano, diffonde definitivamente Bella Ciao, la quale viene preceduta dalla “Versione delle Mondine” eseguita dalla Daffini. Lo spettacolo rimane famoso anche per la prima esecuzione di Gorizia, che provoca uno scandalo: tra le altre cose, un ufficiale dei carabinieri presente in sala denunciò Straniero, Leydi, Gianni Bosio e Crivelli per vilipendio delle forze armate italiane.
Tutto ciò, ovviamente, contribuisce alla notorietà dello spettacolo e rende famosissimo il Nuovo Canzoniere Italiano.
Nel 1965 spunta Vasco Scansani: in una lettera all’Unità rivendica la paternità della “Bella Ciao delle mondine” cantata dalla Daffini nello spettacolo, affermando di averla scritta nel 1951 (in realtà nel 1952). Lo Scansani scrive di avere consegnato personalmente il testo alla Daffini (che abitava nel suo stesso palazzo a Gualtieri); pressata da Gianni Bosio, l’Unità non pubblica la lettera, ma si ha poi un confronto tra la Daffini e Scansani in cui l’ex mondina e cantrice popolare ammette di avere effettivamente ricevuto il testo dal suo autore. La versione “mondina” è quindi posteriore a quella partigiana, e non ne è alcuna “fonte” o antesignano. Ma non è finita qui. Nel 1974, un ex carabiniere toscano, Rinaldo Salvadori (spesso nominato come “Salvatori”), di Camucìa (Arezzo), scrive una lettera alle Edizioni del Gallo in cui sostiene di avere scritto lui la canzone per una mondina, nel 1933, ma di non averla potuta depositare alla SIAE perché impeditone dalla censura fascista. Il Salvatori va oltre: nella rivista locale L’Etruria dell’ottobre 1978, viene pubblicato un articolo intitolato: Un camuciese autore di bella ciao, in cui vengono riportati i testi di due canzoni: una “canzone – marcia” intitolata Partigiano, datata “Cortona 3 luglio 1944”,e una “Bella Ciao – 1943”, ”Canzone mondina di Restelli/Salvadori tradotta in canzone Badogliana Partigiana nel 1943 unitamente a partigiani francesi”. Secondo il Salvatori, la versione originale della canzone si intitolava “La risaia”.
In mezzo a questo mare magnum, resta il fatto che le testimonianze sono, regolarmente, contraddittorie. Non vi è alcuna fonte documentale anteriore al 1953, e che il canto sia stato intonato autenticamente durante la Resistenza, almeno in parte, resta da dimostrare. Nessun partigiano si è mai ricordato di averlo cantato, detto in soldoni. Ma, sicuramente, “Bella Ciao” non è venuta fuori dal mondo della luna. Può sicuramente darsi che siamo di fronte a uno dei più tipici casi di “invenzione della tradizione”: gli indizi per una cosa del genere ci sono tutti. A condizione di non utilizzare questa cosa per screditarlo Che si trattasse di una sorta di falso, ne era convinto anche Giorgio Bocca; ma andò a finire che, al suo funerale, fu suonata e intonata proprio “Bella Ciao”. Non sarà stato un canto di Resistenza nei tempi storici in cui essa era in atto, ma è comunque diventato un canto di Resistenza per tutti i tempi a venire.
La pagina di Auschwitz(Canzone del bambino nel vento) compie vent’anni. È una delle due (assieme a quella dell’Internazionale) che sono pre-esistenti all’intero sito, e che vi sono trasmigrate in seguito. Risale, quindi, al fatidico anno 2000 (o “Dumila”), quello dei famigerati “Millennials”. E’ una pagina “Millennial” pure lei, quindi. Nell’anno Dumila, il quattordici di giugno, Francesco Guccini compiva sessant’anni; all’epoca, si riuniva quotidianamente sull’ancora misteriosa “Internet”, e nella fattispecie nell’ancor più misteriosa “Usenet”, una congrega di pazzoidi e pazzoidesse in luoghi, embrioni di una già piuttosto folle “socialità” in rete, detti “Newsgroups” (italiano: niusgrùppi o gnusgrùppi); suddivisi in varie “gerarchie”, vi si poteva discutere un po’ di ogni cosa. Uno di questi niusgrùppi, della “gerarchia it.”, si chiamava it.fan.guccini (poi mutato in it.fan.musica.guccini). Forse, chissà, ne avete sentito parlare, anche perché il suo nome si trova ancora sulla homepage di questo sito in quanto suo “co-iniziatore” nel 2003 con la famosa raccolta primitiva di canzoni contro la guerra.
it.fan.(musica.)guccini esisteva in realtà già da diversi anni; dal 1996 per la precisione. Uno dei suoi estensori e iniziatori fu, peraltro, quel Luca Monducci, allora capostazione nonché bloccatore di convogli militari a Empoli, che era stato un mio compagno di scuola e che ogni tanto si rifà vivo anche qua dentro dal suo buen retiro mugellano. Alla fine di detto anno 1996, neo-internettaro a pagamento, provider carissimo e TUT (Tariffa Urbana a Tempo della SIP, vale a dire bollette telefoniche agghiaccianti), ero già su quel niùsgrup contribuendo, mettiamola così, a dare avvio a un’esperienza decisamente particolare, anche e soprattutto per le sue componenti e implicazioni umane quando, dal cosiddetto “virtuale”, si passò al “reale” (amicizie, inimicizie, amori, trombate, corna, risate, mangiate, lacrime, rivalità, verità, menzogne e quant’altro). Ora, coi “social”, è pane quotidiano; allora era la scoperta di un mondo veramente màggico.
it.fan.(musica).guccini aveva, tra le sue caratteristiche, quella di molestare ripetutamente Francesco Guccini. C’è stato un periodo in cui eravamo ovunque (concerti, riunioni eccetera), persino con lo striscione:
Firenze, Palasport (ora “Mandela Forum”), 14 aprile 2000.
Nella foto sopra mi si vede al centro, 37enne, fare il pugno chiuso. Alla mia destra, un riconosciuto e conclamato fascista a cui piaceva Guccini; alla mia sinistra, un sacerdote cattolico, allora parroco di una ridente località chiantigiana. C’erano, poi, tra gli altri e le altre, un’astronoma, una brava ostetrica, il gigantesco autore (2,01 metri di statura, nonché eminente matematico) della traduzione dell’ “Internazionale” nel dialetto di Chieti e un anarchico o roba del genere. La foto era stata scattata da un metereologo che, ora, ogni tanto si vede in televisione, e sul cui sito personale -peraltro- sono stati ospitati in libero scaricamento i primitivi cinque files di testo delle CCG (ci sono ancora). Insomma, tutto questo per cercare di dare una pur vaga idea. Le molestie a Guccini, che oramai di “quelli di Internet” non ne poteva più, erano capillari e scientifiche. La sera stessa del 14 aprile 2000 gli andammo dietro a rompergli i coglioni mentre mangiava al ristorante “La Greppia” (sic), e dove cantò -ebbene sì!- “Figli dell’officina“. Un paio di anni prima rispetto alla foto, nel luglio del 1998, ci eravamo spinti in massa addirittura nel sacrario di Pàvana, dove Guccini presentava il suo dizionario del dialetto locale (che ho ancora, con tanto di dedica che, ne sono certo, sottintende un “vaffanculo e lèvati dai quajàn”). La mia cospicua dose di molestie si esplicò facendo presente a Guccini, in piena presentazione, che non era vero che un dato fonema esisteva soltanto nel dialetto di Treppio: esisteva anche in albanese e in macedone. Colsi benevoli sguardi di odio negli occhi del Maestrone.
Insomma, per farla breve, nell’anno 2000 decidemmo, come niùsgrup, di fare un “regalo” a Guccini per i suoi sessant’anni. Ma siccome nessuno si decideva a fare una proposta, mi misi in azione: avrei tradotto, e/o fatto tradurre, “Auschwitz” nel maggior numero di lingue possibili, inserendo tutto in una “pagina Internet”. La storia di quella pagina (attualmente persasi chissà dove, dopo vent’anni) è quantomeno curiosa, e ve la racconto per sommi capi. Per prima cosa cominciai a fare letteralmente il bìschero: nel senso, a tradurre personalmente in lingue che conoscevo poco o per nulla, aiutandomi con grammatiche e dizionari. Vista l’impossibilità della cosa, e i risultati che dovevano somigliare a qualcosa tipo “Io morire con cento altri, morire pampino passare kamino”, cominciai a scandagliare tutto il quartiere del Pontino (Livorno) implorando varie conoscenze di darmi una mano. Cosicché la pagina contiene traduzioni di Auschwitz fatte da una pizzaiola e da una commessa di lavanderia. Da poco, andavo in sinagoga a lezione di ebraico moderno; naturalmente, misi in mezzo anche la mia insegnante (una simpatica e graziosissima ragazza israeliana di poco più di vent’anni, molto brava e anche discretamente incinta) e ne venne fuori la versione in ebraico. E così via, ivi compresa la traduzione in samoano per la quale, qualche tempo dopo invero, andai a rompere le scatole sul canale #IRC delle isole Samoa -scoprendo che, in samoano, “Auschwitz” si dice “Auvitu”, e che per tradurre “c’era la neve” i poveri samoani dovettero fare non so che giri di parole, visto che la neve alle isole Samoa non c’è e non esiste nemmeno la parola.
Com’è e come non è, alla fine la pagina, ovvero il “regalo a Guccini”, fu pronto prima del quattordici di giugno dei suoi sessant’anni. La pagina era un’autentica schifezza (immaginatemi a costruire una pagina su Lycos nel 2000), e alcune traduzioni erano -mettiamola così- un po’ approssimative. Come recapitare il “regalo”, però? Ci aiutò un po’ la sorte. Attraverso vie che ignoro, l’orripilante pagina Lycos fu “catturata” da qualche funzionario televisivo addetto, il quale pensò bene di darne notizia (e con discreto risalto) addirittura sul Televideo della RAI. Esattamente la mattina del 14 giugno 2000.
Poi sono passati gli anni. it.fan.(musica).guccini è annegato -come era lecito attendersi- in amori, odi e via discorrendo. Ci siamo sparpagliati per il mondo, perdendoci di vista. Nulla di straordinario; ogni cosa passa e va. Quella pagina su “Auschwitz”, però, era stata consegnata alla Grande Rete, e restava; ad un certo punto, è -appunto- trasmigrata integralmente in questo sito. Fin dall’inizio: in tutto il sito di trentunomila pagine e rotte, ha il numero 7. Sta fra le “CCG primitive” e tra quelle “Fondamentali” (quelle con il bollino rosso con la “B”). Si è ampliata. Ci sono stati i commenti. Tutto quel che si vuole, ma alla fin fine era sempre lei: la pagina del 2000, di vent’anni fa.
2020, o Dumilaventi. Appena cominciato. Che lo crediate o no, anche noi ci abbiamo i nostri “anni Venti” (diversi dai vent’anni, ohimè). Il 14 giugno prossimo, Francesco Guccini, di anni, ne compirà ottanta. Così, ho deciso che questa àvita pagina meritava una ristrutturazione radicale, e a pensarci bene “Vent’anni dopo” riporta molto a Dumas (Quasi come Dumas…). Una ristrutturazione e, direi, in primis un sano repulisti. L’ho “deventurizzata” il più possibile, sostituendo diverse mie “traduzioni” fatte coi piedi con traduzioni (di madrelingua) trovate in rete e lasciando, tra le mie, solo quelle che hanno passato un esame spietato, dato che -in vent’anni- di qualche lingua ho migliorato la conoscenza (ma, di qualche altra, niente affatto). Ovviamente questo significa poco o punto: chiunque, madrelingua o conoscitore approfondito di un dato idioma o di più di essi, può intervenire e/o fare una traduzione nuova di sana pianta. Sappia che sono non solo ricettivo, ma sollecito la cosa; quanto meno Venturi ci sarà in questa pagina, quanto più sarò felice. Di molti dei traduttori originali non esiste più notizia e me ne dispiace. Con qualche miglioria grafica e di layout, spero comunque che questa “paginona” (così la avrebbe chiamata Gian Piero Testa che, fra l’altro, è tra i traduttori) possa ancora servire, con tutta la sua lunga e peculiare storia. Mi chiedo, a volte, se Francesco Guccini ne abbia mai, in qualche modo, avuto notizia; chi lo sa, e non glielo andrò a chiedere di certo. Però, se è nata come “regalo di compleanno”, che regalo di compleanno sia anche per i suoi ottant’anni prossimi venturi (ehm); è sempre un dono fatto con il cuore, come tutti i doni autenticamente inutili e improbabili. Tutto sommato, non penso che gli farebbe maggior piacere ricevere il classico maglione di lana, oppure il disco alla moda ed i cioccolatini. Poi, chiaro, c’è anche questa canzone che no, non si decide mai a cessare di essere attuale. Tutt’altro. Poiché siamo vicini all’ennesima “Giornata della Memoria” del 27 gennaio (la data in cui truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di Auschwitz-Birkenau, toh), potrà magari servire un po’ a non far sì che quella memoria scompaia, in un mondo che sta viaggiando diritto verso le sue cicliche e smemoratissime ripetizioni. L’augurio è anche questo, seppure con scarsissima speranza e con notevole realismo.
Nel frattempo, entro il 14 giugno, invito naturalmente chi volesse a inserire altre traduzioni: nella sua lingua, nel suo dialetto, in linguaggi informatici, in quello che vuole. Pagina ancora aperta dopo vent’anni, mentre la pagina dell’intolleranza, del razzismo e del nazismo non si chiude mai.
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