I morti.

Scritto da Riccardo Venturi il 14 maggio 2012, a quarant’anni dall’assassinio di Franco Serantini, dopo una grossa manifestazione a Pisa in suo ricordo.

I morti hanno cose da dire, chi parecchie e chi poche. Si fa solo una gran finta d’ascoltarle, però; si preferisce metter loro in bocca le nostre. Funziona come nella pubblicità, ci fanno da testimonial. Per mezzo dei morti non si parla dei loro sogni, dei loro ideali e delle loro lotte; si parla di noi. S’affida loro quel che siamo; i morti, del resto, sono ubbidienti e non protestano. Sono messi in campo, da chi li ha, i ricordi; diretti da chi li ha conosciuti di persona, più o meno a fondo; altrimenti si ricordano le epoche, le situazioni, le comunanze e le differenze vere o presunte. Ma neppure se i ricordi non esistono si rinuncia per questo ai morti; ci sono i libri, le testimonianze, le fotografie, le inchieste. E così i morti assolvono al loro vero compito, quello di darci una parvenza di vita. Si dice che sono sempre vivi e che non moriranno mai (nella lotta, nell’idea, nel cuore); ma quella loro eternità è in realtà la nostra esclusiva sopravvivenza. Popolano i nostri sogni e i nostri incubi; periodicamente il loro ricordo è rinovellato, in “anniversari” sempre più lontani. Per le strade delle città sfilano i superstiti generazionali; barbe bianche, capelli incanutiti, bastoni, passi incerti. Mazzi di fiori, slogan, promesse di continuità; eppure, io dico che non siamo capaci di cogliere l’unica cosa veramente importante che quei morti ci vorrebbero dire. Quei ragazzi, quelle ragazze. Perché avevano vent’anni e in qualche caso nemmeno quelli.

Vorrebbero dire che sono morti nel loro presente. Che per quello sono andati a farsi ammazzare, mentre noialtri s’invecchia sfilando. Oppure s’invecchia ridotti a atomi inaciditi, curando più di presentarci come unici portatori di verità che sono tante quanti siamo; ognuno con la propria, e ognuno pronto sempre a scannare chi non la riconosce o la critica (promuovendo, naturalmente, la sua). E così si parla di “coscienza di classe” quando l’unica coscienza che ci è rimasta, in abbondanza, è quella della propria irripetibile, irrinunciabile, insopprimibile individualità. La “classe” dovrebbe sempre essere a nostra immagine e somiglianza; e, ovviamente, sono i morti che lo dicono. Verso i quali, inutile dirlo, s’ha generalmente una malcelata invidia. Parecchi pagherebbero per essere morti al loro posto, in modo da farsi sfilare addosso ancora trenta o quarant’anni dopo. Senza accorgersi che anche adesso c’è un presente, e che cercare di sfuggirvi è la vera immagine della resa. Non sarebbe un problema, se non si dichiarasse ogni momento non soltanto che non ci si vuole arrendere, ma persino che si vorrebbe insegnare agli altri a smettere di farlo. Non arrendersi significa soltanto una cosa: rapportarsi col presente. Non scappargli davanti. Il presente è sempre schifoso; se non fosse schifoso non sarebbe presente. Sarebbe un passato scivolato in miti che diventano pian piano ridicoli, o un futuro che è una fitta nebbia di vaghe paure e disperazioni. Chi è morto voleva cambiare il presente. Si è ritrovato davanti lo stesso presente di polizia, su un lungarno pisano o in una piazza genovese. Il presente ha bussato e ha colpito.

E così i morti si sono impossessati di noi. E’ stato facile. Dispersi, sconfitti, isolati. La disfatta è stata vissuta in parecchi modi, che hanno abbracciato ogni situazione: dalla miseria nera alla ricchezza, dalla lotta allo sganciamento totale, dalla vitalità all’abulia, dalla logorrea al silenzio. L’unica cosa in comune per tutti: i morti. Su di loro non si deve neppure azzardarsi a discutere, ed i primi a dover stare zitti sono loro. Se parlassero, sarebbero casini. S’incazzerebbero anche parecchio nel vedere a che cosa si sono ridotti i cosiddetti vivi; andrebbero a parlare, invece, ai loro coetanei che non sanno nemmeno della loro esistenza. Franco Serantini, vent’anni, andrebbe a parlare al ragazzo di una qualche periferia che non ha mai saputo niente di lui; dopo un po’, qualcosa da dirsi lo troverebbero senz’altro. Carlo Giuliani non si rivolge più a chi, ogni venti di luglio, va a far gruppetti sempre più sparuti in quella piazza che si chiama sempre Alimonda. Piazza Franco Serantini e piazza Carlo Giuliani dovrebbero essere ovunque c’è un presente da combattere e mutare nelle barbe delle radici; non sono inutili targhe stradali. Sí che andrebbero a parlare a coloro verso i quali non si nutre che perplessità, sufficienza, disprezzo. Con tutti i nostri morti giovani siamo diventati come tutti quanti i vecchi, dicendo magari che si è gli unici ad essere stati giovani. Sfruttando i morti si è inteso precludere per sempre la gioventù agli altri, sbeffeggiando altri e diversi presenti come inesistenti. Le rare volte che il presente è sembrato produrre una scintilla, la sola cosa che s’è fatta è stata rapportarsi al passato: è tornato il novecento! Incapaci di smuoversi da un lontano presente, neppure realmente vissuto in molti casi, che è diventato oramai un remoto passato tenuto artificialmente in vita soltanto grazie ai morti. X è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai! Ecco lo slogan che riassume perfettamente lo stato di cose; lo urlano tutti, vecchi e giovani; e, invece, X è morto e le nostre idee sono cinquecento o mille strani individui che passano con striscioni e vessilli che la gente scambia per quelli del Milan. Ci ripetiamo la canzoncina per la quale saremmo l’uno per cento, ma siamo molto, molto meno. Preferiamo dirci che esistiamo ancora e che commemoriamo uno dei nostri tanti morti, piuttosto che cercare magari di diventare il due, il tre, il dieci per cento. Preferiamo rinchiuderci in piccoli ghetti senza riconoscere che, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo una paura fottuta. Quella, ad esempio, di fare la stessa fine di colui che stiamo commemorando. Che sto commemorando anch’io. Di quello che voleva impedire di parlare al fascista, cascasse il mondo su un pero; e, invece, il mondo è cascato addosso a lui. Una paura mista, però, all’invidia di cui si parlava prima; come se si desiderasse, e non poco, essere morti quarant’anni prima; oppure che qualcuno inventasse la macchina del tempo per andare a morire sul lungarno Gambacorti, o in Spagna, o chissà dove. Morire giovani dopo aver vissuto una breve ed esaltante stagione; a volte m’è preso il sospetto che, a molti, interessasse soltanto quello. Che, in definitiva, cambiare lo stato di cose interessasse loro parecchio di meno; che la “rivoluzione” fosse in sottordine rispetto alla bella e toccante sconfitta, e che la loro vita successiva non fosse che un’appendice da riempire di lamenti, di disillusioni, di invettive e di morti. Infatti, chi non ha agito così è prima o poi tornato in galera; come Antonio Ginetti, perché a me piace fare nomi e cognomi. Come Alfredo Maria Bonanno, che non più di pochi anni fa era ancora in galera in Grecia nell’indifferenza quasi generale (anche di parecchi “anarchici”). Come chi ha ascoltato davvero i morti. Come Sole e Baleno, che sono diventati morti anche loro, anche se meno “commemorati”. Come chi non ha cessato di considerare la distruzione dell’ordine in tutte le sue forme come presupposto necessario per un mondo a venire.

E allora, dai, sí, sfiliamo in una giornata calda di maggio. Guardati quasi come marziani dalla gente che passa. Eppure, stiamo facendo un percorso che, in quel lontano presente, era di contrapposizione dura, di scontro. Ci fermiamo davanti al punto esatto dove Franco Serantini era stato picchiato a morte e portato via, e tutt’intorno non c’è altro che la sonnacchiosa tranquillità di una bella città al sabato pomeriggio. I turisti, le mamme con le carrozzine, i bambini coi pattini e col gelato. L’Anarchia, con le sue bandiere e il suo morto, sfila in mezzo ad un ordine talmente consolidato da potersi permettere anche un manipolo di bizzarri individui che vanno da una piazza a un’altra a deporre davanti a un blocco di pietra corone e mazzi di fiori, altre bandiere e persino un bicchiere di vino rosso. In quel preciso momento, avrebbero potuto parlare tranquillamente, da qualche altra parte, non un Niccolai, ma cinque o dieci come lui. Senza colpo ferire. La polizia? A debita distanza, quasi invisibile. E Franco Serantini, lui, il morto, dovrà avere avuto dei sentimenti contrastanti; “ma guarda tu questi qui”, avrà detto col suo accento sardo, “invece d’andare a smontare pezzo per pezzo un Emmeesseì (è rimasto un po’ indietro il ragazzo, non sa di Forza Nuova e di Casapound) mi rifanno il funerale.” “E che vuoi farci, Franco?”, gli ho detto mentre bevevo il resto del vino rosso; “siamo tre gatti…” “Ma veramente siete quasi in mille!” “E che si fa in mille…?” “Tante cose, compagno. Tante cose. E da mille si diventa duemila, forza. Non state a perdere tanto tempo con me, che sto tanto bene. Ce lo avessi avuto io quel bel presente di merda che ci avete voi…”

E così ha salutato e se n’è volato via. Ve lo faccio vedere com’è arrivato alla fine del corteo, nella “sua piazza”; ora vola, e vola, e noialtri s’ha da fare per bruciare questo presente.

farfser.

Futuro Fascista, o Presente?

Non credo sia un caso che Forecast Fascist Future, il seguente testo degli of Montreal, nonostante sia piuttosto noto e non di rado citato persino in libri, non sia mai stato tradotto (o, comunque, sottoposto a un tentativo di traduzione) in una qualsiasi lingua. A questo, senz’altro, hanno anche contribuito l’introversione e il pressoché perenne stato depressivo di Kevin Barnes, il fondatore e leader del gruppo pop psichedelico facente parte del collettivo Elephant 6, e le sue particolari forme di composizione testuale, esemplificate ad esempio in un’intervista del 2005 a Kindamuzik (in neerlandese). The Sunlandic Twins, l’album dal quale proviene questo brano, era appena uscito, e all’intervistatore, Thijs Zilverberg, Barnes spiegava le sue tecniche partendo proprio dai versi più oscuri e controversi di Forecast Fascist Future:

“Già, le parole. Io leggo molto, e annoto tutte le parole che mi piacciono di più in un taccuino. Parole già incontrate, ad esempio nella letteratura, e parole che ancora non conosco. Me le segno, assieme al loro significato. Poi provo a intesserle nei miei testi, cercando di articolare ciò che era troppo inarticolato.”

Si capisce che, con una tale tecnica compositiva, psichedelica quanto la musica del gruppo, non è questione neppure di “tradurre”, ma semplicemente di lasciarsi andare alla imagery del brano, nella quale le parole formano un tutt’uno con la musica e con l’immagine d’insieme, con l’”atmosfera” per dirla in soldoni. Un’atmosfera che qualcuno, in Song Meanings (l’unico sito sul quale, dopo ricerche abbastanza capillari, mi è capitato di leggere qualche tentativo di analizzare questo testo), ha accostato a quella di Fahrenheit 451, il romanzo di Ray Bradbury del 1953 dal quale François Truffaut trasse un celebre film. A mio parere giustamente; aggiungo, da parte mia, che nel brano c’è anche qualche precisa atmosfera dickiana, soprattutto del Philip Dick della Svastica sul Sole (ma non solo).

Detto questo, si tratta, naturalmente, di una distopia e di un’ucronia (ancora Bradbury e Dick). I distopici, però, non di rado ci vedono chiaro nella loro oscurità, e le “tendenze” del 2005 non sono e non possono essere molto diverse da quelle di oggi; oggi, casomai, abbiamo fatto dei passi da gigante verso quel “futuro fascista” predetto da Kevin Barnes. Passi da gigante verso la limitazione, la compressione e l’oppressione del pensiero mediante sempre più sofisticati e capillari sistemi di controllo (si pensi solo ai “social”); le “folle smunte smorte mute” che danno la caccia a “bambini abbandonati” fino a “guglie dai pennacchi ardenti”, e che “incitano al ritratto celestiale di qualcuno che affoga nello Stige scalciando impotente”, sono parole eloquenti e chiare, che riportano da un lato al nazismo e, dall’altro, a un “futuro” che si è fatto presente di odio, di caccia, di rifiuto, di massificazione mentale. Moltitudini senza emozioni e senza parole, gli haters, i bruciatori di campi nomadi, le “brave persone” delle classi deboli che vengono scagliate contro quelle ancora più deboli, la “guerra tra poveri” al servizio del potere.

Tutto questo nel “tedio”, la noia che avvolge la mente delle persone che hanno cessato di pensare e che lasciano passare ogni crimine commesso dai governanti e dai potentati socioeconomici, ogni guerra, ogni sopraffazione al servizio del profitto. Persone, folle che non pensano più, simboleggiate dallo “specchio miope” (si ricordi che “miope”, in inglese come in italiano e in molte altre lingue, significa anche “ottuso, di vedute ristrette”); qui, come saggiamente spiegato in Song Meanings da un anonimo, potrebbe esservi anche un’allusione ad un’antica favola, quella della volpe che vede la luna riflessa nell’acqua di uno stagno e che non pensa a questa possibilità, ma prende l’immagine riflessa della luna per un oggetto reale, una forma di formaggio, e si getta nello stagno annegandovi. Occorrerebbe vedere oltre le immagini, oltre l’esteriorità indotta che si riflette nello “specchio miope”; occorrerebbe vedere le cose come sono, non come riflesse da uno specchio che ottenebra.

Ed è questo, esattamente, il “futuro fascista” che non solo ci attende, ma che è già in atto. Seguire sempre le parole, gli incitamenti, gli ordini dei governi e del potere, ciò che essi chiamano generalmente “legalità” quando è la sua esatta negazione (qui i riferimenti orwelliani sono pure piuttosto chiari). Avere pensieri autonomi e rifiutare di diventare numeri; attaccarsi a ciò che amiamo come atto di esistenza e resistenza, rifiutare la follia in nome dell’amore. Questo l’antidoto, l’unico possibile, al “futuro fascista”, e a un presente di odio predeterminato, standardizzato, massificato. In questo, il brano, nonostante il suo testo apparentemente nonsensical, è autenticamente e profondamente antifascista, nel senso più puro del termine. [RV]

Oggi il linguaggio del gelo scaglia palloni morti sulle rovine
Visibili da folle smorte smunte mute che danno la caccia a bambini abbandonati
Fino a guglie dai pennacchi ardenti, e incitano al ritratto celestiale 
Di qualcuno che affoga nello Stige scalciando impotente 

Il tedio uccide il cuore della nostra epoca mentre leccapiedi sanguinari salgono alla ribalta…
Il tedio strangola la vita a partire dalla pagina stampata

Vapore avvolgente striscia in cerca di un killer sull’Umbria
Che ha azzoppato giumente da latte in coppe di betulla;
Ora ci sono rovi al posto delle loro membra ovattate, e chi saprà dire?
Voglio dire, questo farà differenza?
Guarda, nello specchio miope non appaiono neanche lacrime di petali metallici

Il tedio uccide il cuore della nostra epoca mentre leccapiedi sanguinari salgono alla ribalta…
Il tedio strangola la vita a partire dalla pagina stampata

La luna si smorzava in cielo mentre tenevo il suo viso attaccato al mio
Tutti i nostri pensieri sopraggiungevano cosí chiari oltre lo specchio miope
Volavamo via come frecce da quel posto dove proprio non potevamo stare
Via, lontani da ogni violenza, volando al sicuro nella nostra orbita

Perché ti devo sempre dire di dimenticare i segni premonitori, di scordarti della vita che conoscevamo?
Non ci strappino mai ogni cosa che amiamo, diventiamo gentili, non diventiamo pazzi

Non diventiamo mai, mai pazzi…
Siamo sempre, sempre gentili…
Non diventiamo mai, mai pazzi…
Siamo sempre, sempre gentili…
Non diventiamo mai, mai pazzi…
Siamo sempre, sempre gentili…
Gentili
Gentili

Il tedio uccide il cuore della nostra epoca mentre leccapiedi sanguinari salgono alla ribalta…
Il tedio strangola la vita a partire dalla pagina stampata
Qual era il mio numero? 114395? E chi se ne importa! 
No no no no no

A Flickering Light in the Darkness. 15 years of AWS website.

 

Nothing self-referential, nothing triumphalistic, nothing at all. No “budgets”, no celebrations or self-celebrations: only one site, called “Antiwar Songs”, or “Canzoni Contro la Guerra”, or “Chansons Contre la Guerre” (the title is translated into a hundred languages on the site’s homepage) which, today, March 20, 2018, celebrates its fifteen years of activity. The site originated in early 2003 following a spontaneous collection of songs in a number of Web spaces existing at that time, when the great planetary mobilization preceding the US attack on Iraq was launched. An event, it must be said, which in turn has unleashed all the events of today. Fifteen years later, we are still paying all its hard consequences in terms of freedom, with the most capillary and hardest repression of every dissent, of every space, of every collective and single life. All this is accompanied by the spread of false “communication” on the Net, of falsehood, of extension of the global control system on consciences. Fifteen years during which the world has almost voluptuously plunged itself into the war of Capital, which no longer has “ideologies” but has unveiled its true and raw nature, the domination of the few and the extermination of all the others. Fifteen years during which masses of dispossessed and distressed people, fleeing from hunger and, indeed, from the various wars unleashed everywhere in the name of a “democracy” that hides only the infamous will of domination, have poured into the rich and free “West”, exposing its eternal nature. Notwithstanding all this, five, ten, fifteen people around the world have kept on managing and developing a site, a collection of songs, lyrics, music, stories and History from every time and every country. It’s what you can see every day, it’s what celebrates now its 15th anniversary. No “oasis”, no island: just a drop in the ocean, or a small light that, among all its imperfections and contradictions, does not cease to remain lit in the dark. A somewhat ‘special’ day, yes, but also a day like all others: we are going on. Thanks to all those who, even with one single word, have helped this light not to be turned off. A flickering light in the darkness.